Non rinunciamo alla trasparenza,puntiamo sul valore e restiamo duri come il diamante.


Perché dopo la tempesta del COVID-19 il segno negativo nelle transazioni, negli utili e nei listini dei diamanti dovrebbe sorprenderci? Piuttosto, è opportuno riflettere in che momento arrivi questo calo. Alle porte del nuovo decennio l’industria dei diamanti si stava riposizionando. Immediatamente prima che l’economia mondiale si bloccasse le previsioni erano rosee poiché si prevedeva che, limitando i fronti estrattivi, immettendo meno grezzo nel ciclo produttivo e smaltendo le scorte accumulate, i prezzi si sarebbero stabilizzati. Un decennio di crescita economica in Cina ed India ha trascinato i consumi domestici di diamanti in quei paesi seguendo un andamento spesso speculativo e tumultuoso. Gli Stati Uniti, ancora il più ampio mercato di sbocco, hanno fatto registrare per primi un calo della marginalità nonostante un aumento delle transazioni, con conseguente discesa dei listini dovuta alla pressione di stock eccessivi. È in atto una fase di centralizzazione della catena di fornitura (vedi “Pesce grande mangia pesce piccolo. Che ne sarà degli intermediari dei diamanti?”, rubrica The Diamond View pubblicata su IGR nr. 8), un trend che attiverà processi “tailor made”, forniture prodotte cioè su misura a seconda delle esigenze effettive del comparto della gioielleria. La produzione insomma sta prendendo atto che per evitare di vedere crescere le proprie rimanenze bisognerà saltare gli intermediari e modularsi sulle esigenze dei clienti. L’offerta di diamanti nei prossimi anni, anche in India ed in Cina, sarà incrementata dalla reimmissione nel mercato di pietre accumulate nel tempo nei patrimoni di famiglia. I diamanti lab-grown negli ultimi tempi stanno prendendo posto nel mercato nella loro propria giusta dimensione di prodotti sintetici, inadatti a mantenere valore nel tempo, caratteristica che alla fine inevitabilmente sarà percepita dai consumatori, aldilà delle facili illusioni. La stessa composizione chimica non garantisce lo stesso valore. Anche i modelli di consumo negli ultimi anni sono cambiati, i Millennials sono i clienti più promettenti. Ciò ha portato ad un inevitabile cambio delle strategie di marketing da parte dei venditori, che adesso mirano di più a gratificare alcuni nuovi aspetti delle realtà giovanili e un po' meno a celebrare coi diamanti aspetti della vita di coppia quali fidanzamenti e matrimoni. Per concludere: molti dei trend che abbiamo descritto sono frutto di spinte strutturali e non si vede motivo perché siano modificati dalla crisi economica del 2020. Uso delle tecnologie, efficienza del sistema, razionalizzazione delle scorte, responsabilità sociale saranno più che mai le chiavi del futuro dei diamanti. Teniamo duro su questa strada perché è qui che si difende il valore. Eppure qualche spunto di riflessione la crisi sanitaria ce la suggerisce. Si parla tanto di etica come prassi e come bussola per il futuro, ma allora come è stato possibile che buona parte dell’industria abbia letto il calo dei prezzi riportato dal listino Rapaport nel mese di marzo con tanto disappunto ed ostilità? Perché rinunciare alla trasparenza? Molti hanno ritirato i diamanti dalla piattaforma, alcuni sono migrati altrove e Martin Rapaport ha opportunamente sospeso le quotazioni. I diamanti sono beni sottoposti alle turbolenze dell’economia, perché le loro quotazioni non dovrebbero fluttuare come tutte le altre merci? Non sarebbe meglio per tutti noi ammettere onestamente che può capitare che i diamanti costino leggermente meno? Il pericolo non è un listino coerente con la fase che viviamo ma il danno che potrebbe essere causato dagli avvoltoi che alla fine di questa emergenza, presi dal panico da prestazione, tenderanno a destabilizzare il mercato vendendo a qualunque costo pur di riavviare il cash flow.

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